I costi nascosti della paura del giudizio
- introspetta

- 7 lug
- Tempo di lettura: 4 min
Esattamente come te, ho un cassetto. E non è quello dell’armadio: sto parlando di quello interno, quel posto in cui finiscono i pensieri che non ho detto, le scelte rimandate, le parti di me che ho deciso, un giorno alla volta, di non mostrare.
Ci ho fatto caso soprattutto portando avanti Introspetta. C'è sempre un momento, prima di pubblicare, in cui mi fermo perché quello che ho scritto mi sembra troppo personale, troppo specifico. E allora limo, ammorbidisco, rendo tutto un po' più vago. Il risultato è un video che sembra parlare a tutti e non toccare nessuno, con la conseguente sensazione di essermi tradita per non aver detto quello che volevo davvero esprimere.
Ogni volta che ti censuri, mandi a te stesso un messaggio implicito: quella parte di te non è presentabile. Non lo pensi in modo cosciente, ma il messaggio arriva lo stesso, e nella tua testa lavora. Il punto centrale è questo: non è il giudizio degli altri a ferirti per primo, sei tu che lo anticipi, e lo “applichi” prima ancora che qualcuno abbia aperto bocca.
E il cassetto non è una cosa da creator, lo abbiamo tutti. È la conversazione in cui non hai detto quello che pensavi, la relazione rimasta in superficie, il progetto che hai lasciato lì perché realizzarlo significava renderti visibile.
Oggi voglio guardare da vicino e con attenzione cosa costa, in pratica, tenere quel cassetto chiuso.

#1: l'energia
Se il tuo cervello, ogni volta che incontra qualcuno, passa in rassegna tutto ciò che puoi e non puoi dire, e tutte le possibili reazioni dell'altro a ogni tua parola, come pensi di sentirti quando l'interazione finisce? Esausto. E spesso senza sapere perché, dato che il processo era invisibile, così interiorizzato da sembrarti semplicemente il tuo modo di funzionare.
Lo sfinimento sociale che a volte non riesci a spiegarti ha, spesso, proprio questa radice: non è ciò che nascondi a stancarti, è il tempo che passi a ripensarci.
#2: la superficialità delle relazioni
Quando tieni sempre una parte di te calibrata, gestita, al sicuro, le persone intorno a te non conoscono te, bensì la versione di te che hai deciso di mostrare. E la relazione resta in una zona tiepida: piacevole, ma mai del tutto vera. Non perché chi ti sta vicino non sia capace di accoglierti, ma perché non gli hai mai dato la possibilità di provarci.
Tenersi al riparo dietro la vaghezza sembra una forma di protezione, ma la verità è che chi ti sta davanti non riesce ad arrivare fino a te, e quella distanza porta isolamento (con tutte le conseguenze che si porta dietro).
#3: il rimuginio
Il costo non finisce quando finisce l'interazione. Continua dopo, nel ripassare mentalmente quello che hai detto, in quello che non hai detto, in come sei stato letto. È un prolungamento invisibile di ogni conversazione, che consuma energia anche quando sei solo, anche quando stai cercando di riposare.
#4: l’assenza di spontaneità
Questo è quello che, personalmente, sento pesare di più. Smetti gradualmente di reagire in modo naturale, perché ogni risposta passa prima da un filtro. E perdi quella spontaneità che invece, quando la vedi negli altri, ti colpisce. Colpisce perché senti che quella persona è a posto con sé stessa, che non sta calcolando, che quello che vedi è quello che c'è.
#5: il rapporto con le decisioni
Forse il più riconoscibile. Quante scelte hai rimandato o annullato non perché non fossi pronto, ma perché avevi paura di come sarebbero state giudicate? La carriera che non hai inseguito perché sembrava strana, la cosa che volevi dire e non hai detto, i progetto rimasto nel cassetto perché realizzarlo significava renderti visibile…
Un'ultima cosa
Non ho un consiglio da darti, perché sono ancora dentro questo meccanismo fino al collo. Volevo solo mettere in fila questi costi, perché vederli con chiarezza, nero su bianco, a volte è la spinta che serve per iniziare a lavorarci su.
Io, nei giorni in cui riesco a fare un piccolo passo oltre la paura del giudizio, mi sento più leggera.
Se ti va, scrivimi nei commenti qui sotto: c'è qualcosa che tieni chiuso in questo cassetto (un pensiero, una parte di te, qualcosa che vorresti dire o fare)? Mettere per iscritto una cosa, a volte, è già il primo modo per vederla davvero.
Due libri che ho messo in lista
Ci sono due libri che, scrivendo di questo tema, mi sono ripromessa di leggere. Dalla loro descrizione mi sembrano un ottimo punto di partenza per chi, come me, vuole guardare in faccia la paura del giudizio.
Il primo è Osare in grande di Brené Brown. Parla di vulnerabilità come antidoto alla vergogna: quella sensazione che ci convince che mostrarci per quello che siamo significhi perdere qualcosa (amore, rispetto, appartenenza).
Il secondo è I doni dell'imperfezione, sempre di Brené Brown. È un invito ad abbandonare chi crediamo di dover essere per abbracciare chi siamo davvero.
C'è una cosa a cui penso da un po', e che questi due titoli mi hanno fatto tornare in mente: sento che la paura del giudizio non sia tanto una paura in sé, quanto un sintomo, ovvero il segnale di un disallineamento da noi stessi. Quando non sappiamo bene chi siamo, o non ce lo permettiamo fino in fondo, diventa più facile lasciare che sia lo sguardo degli altri a deciderlo al posto nostro. Se anche a te risuona, questi due libri potrebbero essere un buon punto da cui iniziare. Magari ce li leggiamo insieme!

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