top of page

Un passo prima dell’introspezione: calmare la tempesta

Cinque azioni concrete (e qualche furbata) per stare meglio adesso, non tra sei mesi.


Hai presente quei giorni giorni in cui stai male e basta? Non hai voglia di lavorare su te stesso, migliorarti, analizzare: vorresti solo stare un po' meglio.

Lo so, perché capita anche a me. E in quei momenti, tutta la letteratura sul benessere mentale, i percorsi di crescita, la terapia, le abitudini costruite nel tempo... sono meravigliosi, necessari, ma non sono quello di cui ho bisogno nell’immediato.


Tutto il progetto Introspetta verte sull’introspezione, sul guardarsi dentro, sul fare domande scomode. Ed è un viaggio che amo profondamente. Ma, essendo anche tremendamente pratica, ho imparato sulla mia pelle che a volte, prima di riuscire a guardarti dentro con lucidità, hai bisogno di calmare la tempesta. Di creare quello spazio di quiete che ti permette poi di fare introspezione vera.

Perché ascoltarsi, quando si è in piena crisi, è difficile; è come cercare di vedere il fondale marino mentre l'acqua è agitata.


I trucchetti che ti racconto oggi – palliativi, se vogliamo – sono esattamente questo: modi per calmare l'acqua. Per riportarti in uno stato dal quale, poi, puoi guardarti dentro con la calma che l’introspezione richiede.




1. Chiama quella persona


La prima azione è anche la più immediata: prendi il telefono e chiama quella persona.

Sai di chi parlo. Quella persona super positiva che basta starle vicino dieci minuti per sentirti diverso. Quella con cui concludi la telefonata e il mondo sembra un posto leggermente migliore di prima.


Meglio ancora se riesci a strapparle una mezz'ora per un caffè, ma la sua energia ti arriverà anche attraverso il telefono: alcune persone hanno questo dono straordinario di riportarti alla vita.


Sarebbe meraviglioso se riuscissi a circondarti di queste persone tutto il tempo, che siano colleghi, il partner, gli amici più stretti. Ma quando non ce le hai vicine, una chiamata basta.

È letteralmente questione di prendere il telefono.



2. Fai zoom out


Ovvero quella cosa che in psicologia si chiama “relativizzazione esistenziale”. Nome complicatissimo per un concetto molto semplice: tu sei solo un puntino nel mondo.

Lo so, a seconda dei punti di vista può sembrare deprimente. A me invece questo pensiero è sempre sembrato incredibilmente liberatorio.


Ricordo ancora la mia prima meditazione guidata in presenza. Ci fecero immaginare di perdere gradualmente gravità e di salire sempre più in alto, lasciando il corpo giù a combattere i suoi drammi quotidiani. Mentre facevo questo zoom out, ho capito quanto piccolo e insignificante fosse il mio operato rispetto all’universo. Ed è stato un sollievo enorme. Perché significa che non ho tutte queste responsabilità. Il mondo non crolla per un mio errore.

Quell’esame in cui ho fatto scena muta, quel messaggio imbarazzante che ho mandato… tra cento anni – anzi, tra una settimana – chi se lo ricorderà?


Prova adesso: chiudi gli occhi, immagina di salire su, sempre più su. Vediti dall’alto. Poi ancora più in alto. Da là, cosa rimane davvero importante?



3. Dormi (anche solo venti minuti)


Questa è la mia preferita, e quella che mi riesce più difficile da spiegare senza sembrare banale. Eppure funziona.

A me bastano trenta minuti totali: da quando mi infilo nel letto a quando suona la sveglia, anche se il tempo di sonno effettivo è di cinque minuti. Mi sveglio diversa, più leggera.


La spiegazione sta nelle onde cerebrali. Il nostro cervello produce diversi tipi di onde a seconda dello stato in cui si trova:

•  Stato Beta: veglia normale, vigilanza

•  Stato Alpha: rilassamento

•  Stato Theta: profondo rilassamento, creatività, immaginazione

•  Stato Delta: sonno profondo


La fase Theta – quella che raggiungi nel sonno leggero o nella meditazione profonda – è associata a una significativa riduzione dello stress, al rilassamento muscolare e a un maggiore senso di benessere. Non è un caso che esista il Theta Healing, una tecnica di meditazione e guarigione energetica che si basa proprio sull’induzione di questo stato cerebrale.


Io tutte queste cose le ho scoperte dopo. Prima ho semplicemente provato sulla mia pelle, poi sono andata a cercare il perché, e ho trovato conferme ovunque. Anche nel libro Il denaro e la legge dell’attrazione, dove il sonno viene descritto come un tempo di riallineamento delle energie.

Quindi sì, se puoi, dormi. Anche solo venti minuti. Il tuo cervello farà il resto.



4. Piangi


“Ma piangere è da deboli, è da bambini, bisogna reagire!”

Sì, l’ho sentita anche io questa storia. Ma qual è il problema se prima piango cinque minuti e poi reagisco?


Piangere è liberatorio. A livello psicofisico, la scienza lo conferma da decenni. Durante un pianto liberatorio:

•  Diminuiscono i livelli di cortisolo e adrenalina, gli ormoni dello stress

•  Il cervello rilascia ossitocina ed endorfine, le sostanze del benessere

•  Si rallenta la frequenza cardiaca e respiratoria

•  Si riduce la tensione muscolare


C’è persino un insegnante giapponese, Hidefumi Yoshida, conosciuto come namida sensei (il maestro delle lacrime), che promuove il pianto regolare come pratica di benessere e organizza workshop settimanali a Tokyo dedicati proprio a questo. Il concetto di fondo è semplice: più piangi in modo liberatorio, meglio ti senti.


Una frase di Gianluca Gotto, nel suo Come una notte a Bali, mi ha tolto le parole di bocca: piangere “è uno degli atti più naturali che esistano per una persona dotata di emotività.” Ecco. Detto tutto.

Lo so che non tutti ci riescono. Non tutti riescono a lasciarsi andare in questo senso. Va benissimo. Ma se fai parte dell’altra categoria, quella che vorrebbe ma si trattiene per vergogna, fallo.

Piangere non è cedere. È prendersi cura di sé.



5. Parla. O scrivi.


Questa è l’unica delle cinque azioni che va oltre il sollievo immediato. Non è solo un palliativo: è già introspezione vera.


Io prediligo scrivere, perché farlo su uno spazio sicuro – un quaderno, un file privato – mi fa sentire non giudicata. Ho una certa resistenza al parlare di certe cose: devo trovare la persona giusta, quella più adatta ad ascoltare quello che ho da dire in quel momento specifico.

Non so se capita anche a te, ma un amico non vale l’altro. Ci sono cose che preferisco dire a mia sorella, altre alla mia migliore amica, altre ancora al mio migliore amico. Con ciascuna di queste persone ho un rapporto diverso, e certe conversazioni appartengono solo a certi spazi.

Se hai la fortuna di avere al tuo fianco una persona passepartout, quella con cui puoi parlare di tutto, approfittane. Altrimenti: scrivi.


Io in genere faccio journaling la mattina, ma non mi faccio problemi a prendere il quaderno in qualsiasi momento della giornata quando ho bisogno di buttare fuori quello che ho dentro. Se vuoi approfondire questa pratica, ho dedicato un video intero al journaling, lo trovi qui.


Il punto non è solo tirare fuori. È che scrivere ti permette di:

•  Dare una prima lettura alla vera causa del tuo malessere

•  Analizzare i pensieri negativi invece di subirli

•  Trovare connessioni con eventi passati

•  Rivalutare la situazione da una prospettiva diversa


Gli altri quattro trucchetti sono palliativi fantastici. Ti danno sollievo, calmano la tempesta. Ma questo – parlare o scrivere – è l’unico che trasforma il sollievo in comprensione. È quello che ti permette di passare dal “sto meglio” al “capisco perché stavo male”. E questa differenza è enorme.



Bonus: leggi o guarda qualcosa che ti porta gioia


“Ma è scappare dai problemi!”

Sì. Ed è esattamente quello che pensavo anch’io. Sentivo un senso di colpa ogni volta che, invece di affrontare le cose da adulta responsabile, mi rifugiavo in una commedia romantica o in un romanzo che mi faceva sorridere.


Poi ho letto La mente quantica e ho trovato una prospettiva interessante: le esperienze – sia reali che non – influenzano il nostro livello energetico. Più gioiamo, più ridiamo, più alziamo la nostra frequenza vibrazionale. E da quello stato più alto, le cose si vedono diversamente: le soluzioni arrivano, la creatività si sblocca.


Non è vigliaccheria: è ricarica. È creare uno spazio di benessere da cui poi l’introspezione può diventare possibile.



Un pensiero finale


Ecco le mie furbate da “non ho tempo di aspettare sei mesi per stare meglio”.

Sono palliativi? Quasi tutti sì. Risolvono tutto? No. Ma ti danno respiro. E a volte è proprio quello spazio, quel momento di sollievo, che ti permette poi di fare il lavoro introspettivo vero, quello profondo.

Io credo nell’evoluzione continua, nella consapevolezza, nel fare il lavoro su se stessi. Ma credo anche, con la stessa forza, nell’essere gentili con se stessi e riconoscere che a volte abbiamo solo bisogno di una pausa prima di tuffarci nelle profondità.


Qual è la tua furbata preferita? O ne hai una tua che non ho menzionato? Sono genuinamente curiosa di saperlo.


Questo post contiene link di affiliazione

  • YouTube
  • TikTok
  • Instagram
  • Facebook
bottom of page